Genere: Azione
Piattaforma: Playstation 2 – PC - Xbox
Sviluppatori: Remedy
Anno di uscita: 2001
Quanto nei videogiochi è importante la trama e la profondità dei personaggi? Ultimamente nei giochi questa variabile viene sempre più approfondita e questo è un bene. Ma se ripenso alla trama che più mi ha colpito per intensità o il personaggio che più mi è rimasto impresso, penso ad un nome: Max Payne. Nel gioco proposta da Remedy, che ha passato molte peripezie prima della sua pubblicazione (all'inizio doveva essere rilasciato nel 1997) viene narrata la storia di Max Payne, poliziotto di New York rinomato dai suoi colleghi per l'impegno che sempre dimostra sul campo, con la fortuna di avere una famiglia bellissima e una casa spaziosa. Tutto quello che vorrebbe avere un uomo medio della sua età. Ma, come tutti i sogni, bastano pochi secondi perchè il sogno si trasformi in un incubo surreale. Tornato tardi dal lavoro, infatti, Max trova la sua famiglia massacrata da due criminali, e i muri tappezzati da un simbolo che si porterà dietro per tutta la vita: una V sovrapposta ad una siringa. Accettando il trasferimento precedentemente propostoglia alla DEA (squadra narcotici), Max tenta in ogni modo di poter fermare il traffico della droga che alterò la mente degli assassini della sua famiglia tre anni prima, la Valchiria. Inizia quindi a lavorare sotto copertura, con soli due contatti a conoscenza di questo. Sta per raggiungere un indizio importante, ma le cose precipitano: uno dei suoi contatti viene ucciso da un misterioso uomo in cappotto e le colpe ricadono sullo sfortunato poliziotto. Scappando dalla polizia, braccato dai criminali, Max deciderà di ingaggiare una battaglia personale contro i baroni della droga responsabili di avergli rovinato la vita. Di per se, la trama non è molto originale, e richiama a famosissimi film come Il fuggitivo. Ma, per quanto poco originale, ha un punto di forza ineguagliabile: il suo protagonista. Max Payne è uno dei personaggi più carismatici e profondi mai visti negli ultimi anni: non è un eroe, non vuole esserlo, è semplicemente inseguito da un insorabile destino, e lui risponde alla sua maniera. Non è però neanche il classico duro tutto d’un pezzo che si vedono nei film: è una sorta di anti-eroe. Ha molti dubbi su quello che sta facendo, sul suo futuro, sul suo passato, su tutto. Sa bene di non poter più vivere come faceva prima, e quindi agisce sul pensiero che, di fatto, non ha nulla da perdere. Solo grazie a questo immenso personaggio (e al doppiatore, che riesce a conferirgli un tono vigoroso e memorabile) la trama si riscatta, e improvvisamente non appare più come un semplice poliziesco riciclato da una dozzina di altre sceneggiature. Coinvolge al massimo fino alla sua fine, e per quanto prevedibile, non ha la presunzione di rivoltare continuamente il mondo del giocatore. Da molti punti di vista, è paragonabile ad un film di Tarantino, e in particolar modo a Kill Bill: alla fin fine è una storia di vendetta personale e basta, ma sarebbero stati lo stesso senza le riflessioni sui loro personaggi? No. L’unica nota storta è il finale, che forse giunge troppo presto e lascia uno sgradevole senso di amaro in bocca, ma, rivedendolo più volte, ci si accorge che è perfetto per il carattere che rappresenta Max, e che oltretutto lascia aperte le porte ad un seguito, con la possibilità quindi di correggere possibili errori del primo capitolo. L’atmosfera che regna sull’ambiente riflette la cupa direzione della trama, e ci ritroveremo quindi sempre ad agire in posti di degrado, poco abitati, in cui i criminali sono capaci di agire liberi e indisturbati. Un po’ la visione che ha adesso Max del mondo: distrutto il suo sogno, ora rimane solo cenere. La grafica rappresenta benissimo questo clima, sapendo regalare degli ambienti molto realistici e una velocità di azione veramente invidiabile. L’unico punto a sfavore è l’estrema fissità dei volti dei personaggi (Max ha sempre sulle labbra un sorriso beffardo, cosa che appare leggermente ridicola nella scena in cui gli ammazzano la moglie…), ma considerato l’anno in cui è uscito, e le difficoltà che ha dovuto subire il gioco, non mi sento proprio di lamentarmi. I controlli sono sviluppati molto bene, e sono stati ideati per dare la massima immediatezza al giocatore, in modo da farlo sentire a suo agio nelle sessioni di gioco. Inoltre, Max Payne implementa un effetto grafico che sarà poi abusato da un numero indefinito (e indefinibile) di giochi: il Bullet Time. Questo consente di rallentare il tempo attorno a se per muoversi con più calma nell’ambiente circostante ed avere più tempo per valutare la situazione. Esso fa, ovviamente, riferimento alla saga di Matrix, anche se toglie i salti sui muri e tutte le altre acrobazie che riuscivano a fare Neo & company. Il Bullet Time potrà essere usato però solo in maniera limitata: sullo schermo sarà infatti presente una clessidra in cui verrà indicata la quantità restante dell’suddetto effetto che potremo ancora usare. Potremo usufruire di questa abilità anche in un altro modo: lo Shootdodging. Tramite esso Max salterà in una qualsiasi direzione scelta da noi al rallentatore, in modo da essere dei bersagli molto più duri da colpire e nel frattempo uccidere i nostri avversari. Questo risulta utile soprattutto in situazioni in cui il vostro avversario si troverà dietro ad una parete: basterà saltare di lato aprendo la porta, e mirando all’avversario riusciremo ad evitare l’agguato che sarebbe potuto essere fatale. L’innovazione si ferma qua, ma non è un difetto, in quanto, per essere molto semplici, i comandi funzionano alla perfezione e per un titolo di azione sinceramente non si chiedeva di più. Il sonoro, come ho precedentemente accennato, è uno delle parti meglio riuscite dell’intero gioco, potendosi avvalere di una completa traduzione in italiano che ci regala (FINALMENTE) un doppiaggio a livello cinematografico, sempre convincente e a volte indimenticabile (l’ho già detto, ma la voce di Max è semplicemente perfetta). Anche le musiche svolgono il loro lavoro egregiamente, e sanno illustrare l’incupirsi della trama senza mai risultare ripetitive o banali. Questo dimostra una serietà e una presa di considerazione dei videogiochi che prima, credo, non si fosse mai vista in maniera così esplicita. Passiamo all’ultimo punto…la longevità. Max Payne non è un gioco lunghissimo, lo dirò subito. Non è, però, neanche un gioco tanto corto: è strutturato in tre parti, ognuna composta da circa sei-sette livelli ciascuna. Il tempo che impiegherete a finirlo dipende da voi: Max Payne possiede infatti un sistema di autoregolamento della difficoltà, il che vuol dire che, se troverete troppo difficile un certo passaggio e lo ripeterete un certo tot di volte continuando nel fallimento, il gioco abbasserà la difficoltà effettiva, dandovi una “spinta” per procedere nel gioco. Ma, ovviamente, se procederete senza alcun intoppo, il gioco alzerà la difficoltà per cercare di frenarvi e rendere la sfida più impegnativa. Che apparteniate al primo o al secondo gruppo, il gioco non durerà comunque tantissimo, però secondo me è il sufficiente per poter dichiararsi soddisfatti. Ultimo appunto: la trama del gioco è raccontata tramite delle tavole disegnate veramente superbe, che conferiscono un punto in più al coinvolgimento del gioco. Meritano davvero di essere viste, perché sono oggettivamente dei capolavori.
Grafica: 9
Giocabilità: 9
Sonoro: 10
Longevità: 7
Totale: 9
Morale della favola: prezzo basso, coinvolgimento totale, un protagonista indimenticabile, controlli immediati e uno splendido comparto sonoro…che volete di più? Una longevità maggiore? Aspettate il secondo, va, che ne riparliamo